Connected TV: cos’è a Treviso
La Connected TV per un’azienda di Treviso unisce la forza del video televisivo alla precisione del targeting digitale. La televisione che guardi in streaming sullo smart TV di casa è diventata, in pochissimi anni, uno dei canali pubblicitari che cresce più in fretta in Italia. Nel 2025 la Connected TV ha toccato i 702 milioni di euro, con un balzo del 23% in dodici mesi, superando per la prima volta il 10% di tutta la pubblicità online. È un segnale che nessuna azienda di Treviso dovrebbe ignorare.
Con “Connected TV” (spesso abbreviata in CTV, o chiamata “TV 2.0”) si intende qualsiasi televisore collegato a internet che mostra contenuti in streaming insieme a spazi pubblicitari: gli smart TV di ultima generazione, ma anche le chiavette HDMI, le console di gioco e i decoder evoluti. In pratica è la TV che le persone usano davvero oggi, quella di Netflix, YouTube, Prime Video, DAZN, RaiPlay e delle decine di canali gratuiti che stanno nascendo. La differenza rispetto alla vecchia TV è enorme: qui la pubblicità non è uguale per tutti, ma può essere scelta in base a chi sta guardando.
AVOD e FAST: la TV gratis che vive di pubblicità
La crescita è trainata da un pubblico sempre più abituato a guardare contenuti gratuiti in cambio di qualche spot. Secondo i dati aggregati da IAB Europe ed EMARKETER, l’88% degli utenti italiani accede ogni settimana a piattaforme di streaming gratuito supportate dalla pubblicità. Sono i cosiddetti servizi AVOD (Advertising Video On Demand, video on demand con pubblicità) e FAST (Free Ad-Supported Streaming TV, canali lineari gratuiti finanziati dagli spot). Tradotto: milioni di famiglie del territorio, ogni sera, si siedono davanti a un grande schermo dove un’azienda locale può comparire esattamente come comparirebbe un grande marchio nazionale.
Dal palinsesto al programmatic
Il secondo motore di questa crescita è tecnologico. Oggi il 40% degli investimenti in Connected TV in Italia è già gestito in programmatic, cioè tramite piattaforme automatiche che acquistano gli spazi in tempo reale e li mostrano alla persona giusta, nel momento giusto. Non si compra più “uno spot alle 21 sul canale X” sperando che lo veda il pubblico adatto: si comprano singole impression, profilate per zona geografica, fascia d’età, interessi e abitudini di consumo. Questo cambia tutto per chi ha un budget contenuto, perché permette di concentrare ogni euro sulle persone che possono davvero diventare clienti, invece di pagare per una platea generica. Per un’azienda del territorio significa poter dire, a esempio: “mostra il mio spot solo alle famiglie tra i 30 e i 55 anni della provincia di Rovigo che guardano contenuti di cucina o arredamento”.
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Il dato più interessante della ricerca presentata da Tangoo non è la cifra di mercato, ma il comportamento delle persone. Tra i consumatori italiani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, quasi uno su cinque ha già effettuato un acquisto diretto partendo da uno stimolo ricevuto dalla TV di casa. È il fenomeno della Shoppable CTV: vedi un prodotto sul grande schermo e, pochi minuti dopo, lo cerchi e lo compri dal telefono. Il televisore smette di essere uno strumento passivo e diventa l’inizio di un percorso di acquisto.
C’è poi un secondo numero che dovrebbe far riflettere chiunque investa in marketing. L’intenzione d’acquisto generata dalla Connected TV cala soltanto del 14% nell’arco di otto settimane, contro un ben più severo -26% registrato dai social media. In parole povere: ciò che una persona vede su un grande schermo, in un contesto di qualità e attenzione, resta impresso molto più a lungo di un contenuto scrollato in due secondi su uno smartphone.
Il grande schermo non costruisce solo visibilità: costruisce fiducia, e la fiducia è ciò che fa scegliere un fornitore locale invece di un colosso anonimo.
Per un’azienda del territorio questo significa che la Connected TV non è più un lusso riservato ai grandi brand nazionali. Una palestra, un mobilificio, uno studio professionale o un negozio di prodotti tipici possono comparire sullo schermo del salotto delle famiglie della loro provincia, con un messaggio che resta in mente. E lo possono fare con investimenti calibrati, senza dover comprare spazi a tappeto su scala nazionale come accadeva con la TV tradizionale.
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La Connected TV mette nelle mani anche di un’azienda di medie dimensioni una serie di vantaggi che, fino a pochi anni fa, erano riservati ai grandi inserzionisti. Vale la pena capirli bene, perché è proprio qui che si decide se l’investimento porta risultati o si traduce in budget bruciato.
Targeting preciso, senza sprechi
Il primo vantaggio è la possibilità di scegliere con precisione chi vede lo spot. Grazie al retargeting e ai dati di profilazione, puoi mostrare il messaggio solo a chi ha già visitato il tuo sito, a chi abita in una certa area o a chi ha interessi compatibili con la tua offerta. Attenzione però: gli stessi esperti che hanno presentato la ricerca avvertono che il rischio è il micro-targeting estremo, cioè restringere troppo il pubblico fino a perdere portata e impatto. La strategia vincente è ibrida: precisione sì, ma senza rinunciare alla capacità del mezzo di farsi notare da un pubblico ampio.
Misurare le conversioni davvero
Il secondo vantaggio è la misurabilità. A differenza della vecchia TV, dove era impossibile sapere quante vendite generasse uno spot, la Connected TV permette di collegare la visione dello spot ai comportamenti successivi: visite al sito, richieste di contatto, acquisti. Con strumenti come le Conversion API è possibile capire il ritorno reale sull’investimento, il famoso ROAS, e ottimizzare le campagne man mano che procedono. Significa che ogni euro lavora in modo trasparente e che le decisioni si prendono sui dati, non sulle sensazioni.
C’è poi un terzo vantaggio, più strategico: la Connected TV si integra perfettamente con gli altri canali. Lo spot sul grande schermo costruisce notorietà e fiducia; i social e la pubblicità online raccolgono il contatto e lo trasformano in vendita. È un sistema in cui ogni pezzo rafforza gli altri, e per questo va progettato con una regia unica e non lasciato al caso.
Esempi concreti
Immaginiamo una rete di tre punti vendita di arredamento con sede in provincia di Treviso. Storicamente investiva in volantini cartacei e in qualche spot sulla TV locale, senza riuscire a capire quali clienti arrivassero da quale canale. Decide di provare un approccio diverso per la campagna di fine stagione, quando le famiglie iniziano a pensare al rinnovo di cucine e camere.
Invece di comprare spazi generici, imposta una campagna in Connected TV rivolta solo alle famiglie tra i 30 e i 55 anni residenti nelle province di Treviso, Venezia e Padova, con interessi legati alla casa e all’arredo. Lo stesso messaggio viene mostrato sul grande schermo la sera, quando le persone guardano film e serie in streaming, e poi ripreso nei giorni successivi tramite social media e annunci di ricerca, in modo che chi ha visto lo spot ritrovi il marchio nel momento in cui inizia a informarsi.
Il risultato di un impianto così non si misura nel numero di “visualizzazioni”, ma nella qualità dei contatti che arrivano in negozio e online: persone che già conoscono l’azienda, che hanno visto i suoi prodotti in un contesto di qualità e che si fidano di più. Il grande schermo ha fatto il lavoro di costruzione della notorietà; i canali digitali hanno raccolto la domanda e l’hanno trasformata in appuntamenti e preventivi.
Non serve il budget di un grande marchio nazionale: serve una strategia che metta ogni canale al posto giusto.
Questo è esattamente il tipo di regia che fa la differenza tra spendere in pubblicità e investire in pubblicità. Un’azienda del territorio che vuole crescere non ha bisogno di rincorrere ogni nuova moda, ma di un coordinamento intelligente tra TV connessa, ricerca, social e sito, costruito attorno ai suoi obiettivi reali e al suo mercato locale.
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La Connected TV porta la forza della TV alla portata anche delle aziende del territorio: con budget contenuti puoi comparire sugli schermi connessi della tua provincia, cosa impensabile con la TV tradizionale. Il punto non è ‘fare uno spot’, ma misurare quanti contatti genera.
Spunto e dati dall’osservatorio di Engage.it; analisi e applicazione alle aziende del territorio a cura di Ivano Incitti, consulente di marketing.
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